02.09.2026
Ideas
L’impatto dell’AI sulle aziende e la società: una rivoluzione ancora in mezzo al guado
I risultati di report e indagini sull’Intelligenza Artificiale prodotte a livello europeo e nazionale concordano sulla rilevazione di un mutamento epocale che, tra grandi opportunità e crescenti timori, attende di essere compiuto. L’Italia, pur all’avanguardia sul versante normativo, è in ritardo sia nell’implementazione aziendale che nell’utilizzo quotidiano dei cittadini.

Per una volta primi: l’Italia si è dotata di un quadro normativo organico per tutelare il lavoro e i diritti delle persone

La recente approvazione da parte del Governo italiano dei decreti legislativi di applicazione della legge 132/25 che, primo caso in Europa, recepisce nell’ordinamento nazionale la l’AI Act europeo del 2024 cercando di contemperare l’innovazione tecnologica con la tutela del lavoro e dei diritti fondamentali delle persone, costituisce un’occasione per fare il punto sull’incessante sviluppo dell’intelligenza artificiale e, più in generale, sullo stato di diffusione e recepimento delle nuove tecnologie. Dati molto interessanti, in questo senso, vengono forniti da studi e webinar recenti quali il report di Eurostat “ The use of artificial intelligence (AI) technologies in the European Union” (marzo 2026) e il webinar "L’AI nel mondo del lavoro, tra rischi e opportunità" degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano (giugno 2026) che ha riassunto e aggiornato i report periodici dell’Osservatorio Artificial Intelligence. Un filo comune lega i risultati dei 2 approfondimenti: lo sviluppo dell’AI procede a grandi passi ma in modo diseguale e non ancora nel senso di integrare compiutamente le tecnologie nei processi aziendali e quindi di riorientare compiutamente l’organizzazione delle imprese e del lavoro.

I dati di Eurostat sulla diffusione dell’AI nella UE 

Il report annuale dell’ufficio statistico dell’Unione Europea aggrega i dati raccolti dalle autorità statistiche nazionali (per l’Italia, l’Istat) attraverso indagini armonizzate sull'uso dell'ICT nelle imprese e nelle famiglie. Ne consegue che i risultati si dividono in 2 macro-aree:  
> l’adozione dell’AI nelle aziende; 
> l’adozione dell’AI tra i privati cittadini. 
Per il primo aspetto l’indagine ha monitorato l’utilizzo di almeno una tecnologia AI all’interno di un campione di 157.000 imprese europee al di sopra dei 10 dipendenti. Per il secondo, invece, è stata analizzata l'interazione diretta della popolazione (16-74 anni) con i modelli generativi (es. chatbot di testo, generatori di immagini ecc.). 

I risultati dell’indagine di Eurostat sulle aziende: Italia sotto la media 

Il quadro di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale nelle imprese è netto, segnando un significativo scostamento rispetto alle rilevazioni precedenti. A livello europeo il risultato complessivo è che l’adozione aziendale degli strumenti AI ha registrato un’impennata passando dall’8,1% del 2023 al 20% attuale. Si tratta, beninteso, di un dato medio, che non riproduce una fotografia chiara della situazione. Per farlo, occorre spacchettare i numeri: scopriamo così che l’AI risulta integrata nei processi produttivi e gestionali del 55% delle grandi aziende, del 30,4% di quelle medie e appena del 17% delle piccole imprese. Una progressiva riduzione che si ipotizza ancora più accentuata qualora si prendessero in considerazione anche le micro-imprese (< 10 dipendenti), poiché le piccole realtà faticano a causa dei costi di investimento e della complessità di implementazione. Un elemento, questo, che spiega anche il ritardo italiano nella graduatoria generale delle aziende dei diversi Paesi (16,4%, dunque sotto la media continentale) proprio a causa della forte prevalenza di piccole e micro-imprese.

I risultati dell’indagine di Eurostat sull’AI tra i privati cittadini: di noi peggio solo la Romania 

Uno scostamento verso il basso, quello del nostro Paese, che trova ancora più accentuata conferma per l’utilizzo dell’AI nella vita quotidiana dei cittadini, collocandoci al penultimo posto in Europa, davanti alla sola Romania. L’uso individuale di AI generativa fa infatti registrare un 19,9% nettamente al di sotto della media europea del 32,7%, a causa di fattori che vengono individuati nell’età media più alta della popolazione e nelle competenze digitali generalmente ancora piuttosto deboli. L’analisi di dettaglio del dato europeo mostra in ogni caso come il ricorso degli individui alle tecnologie AI abbia ancora finalità prevalentemente ludiche o private: il 76,8% la usa per attività e scopi personali, solo il 22,7% per studio e formazione, mentre il 46% la applica per compiti di lavoro.

Il più autorevole centro di ricerca italiano sull’AI e la Digital Innovation 

Gli elementi portati da Eurostat trovano un autorevole contraltare, a livello nazionale, nei rapporti prodotti dagli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano, la più accreditata fonte di ricerca accademica e manageriale in Italia per tracciarne la digitalizzazione in confronto con i principali partner europei. Le ricerche più rilevanti sul tema sono quelle condotte periodicamente dall' Osservatorio Artificial Intelligence, i cui più recenti dati consolidati sono stati presentati in un convegno di febbraio 2026. I punti chiave riportati in tale occasione, essenzialmente focalizzata sull’impatto dell’AI nel mondo del lavoro, evidenziano una forte crescita economica ma anche importanti nodi strutturali legati all'adozione organizzativa. 

L’AI nelle grandi aziende è già oltre la sperimentazione

Si scopre così che nel 2025 il valore economico dell’Intelligenza Artificiale ha raggiunto in Italia un importo stimato in 1,8 miliardi di euro, registrando una crescita del 50% rispetto all’anno precedente (che già aveva segnato un +58%), e che la tecnologia non è più una sperimentazione di nicchia ma occupa una posizione di centralità assoluta nelle agende dei vertici aziendali. Ciò vale in particolare per le aziende di grandi dimensioni, confermando la progressione proporzionale rilevata da Eurostat: l’AI trova minore recepimento man mano che il numero di addetti diminuisce. Tanto che si rileva che il 71% delle grandi imprese italiane ha all’attivo progetti di AI e che ben l’84% di esse ha già acquistato e distribuito licenze stabili di strumenti di Generative AI ai propri dipendenti. 

La metà dei lavoratori italiani dichiara di utilizzare l’AI

Sull’impatto, poi, di questo interesse in costante incremento…il discorso si fa più complesso e con qualche elemento contradditorio. Nonostante la forte diffusione di progetti, solo 1 grande azienda su 5 utilizza l'IA in modo pervasivo, ovvero la integra strutturalmente in diverse e molteplici funzioni aziendali, mentre nella maggior parte dei casi essa resta confinata a singoli uffici. E si conferma il dato delle piccole e medie imprese che rimangono fortemente escluse da questa ondata a causa di barriere di costo, culturali e di competenze interne. Dati che sembrano però in parte differire dalla testimonianza diretta dei lavoratori delle imprese di ogni dimensione, dei quali 1 su 2 dichiara di utilizzare regolarmente strumenti di Intelligenza Artificiale sul posto di lavoro, così come già il 41% di essi ammette che, grazie al supporto dell'IA, riesce oggi a svolgere attività complesse che altrimenti non sarebbe in grado di compiere da solo. 

Quali sono le funzioni aziendali più investite dall’AI

Una consapevolezza diffusa, dunque, una presa di coscienza che sembra andare oltre l’esito rilevato dell’integrazione dell’AI nei processi aziendali e che riflette anche la vastità rilevata dal report Eurostat delle effettive applicazioni delle tecnologie nelle aziende e sui posti di lavoro, con al primo posto l’analisi documentale insieme alla generazione di contenuti multimediali nonché di testi e codici, la speech recognition, l’elaborazione di tabelle e workflow, il machine learning avanzato. Come del pari è ampio lo spettro delle funzioni aziendali che, sempre dall’indagine Eurostat, risultano essere investite progressivamente dall’ondata AI: a partire dal comparto marketing e vendite (34,7%), passando dai processi amministrativi e management (31%), dalla finanza e controllo (23,1%), dalla produzione (20,8%), fino alla cybersecurity (19,8%) e all’innovazione/ricerca e sviluppo (19,1%).

La scommessa dell’incremento di produttività e il rischio del feticismo tecnologico

Rimane una forte convergenza tra il report Eurostat e le indagini nazionali dell’Osservatorio AI del Politecnico nel rilevare come l’impennata dell’intelligenza artificiale ancora non si traduca in sua piena implementazione. Così il primo conclude che il vero ostacolo europeo non è più la disponibilità o l'accesso ai software di AI, bensì la capacità organizzativa e strutturale di integrarli nei processi aziendali per generare un reale incremento di produttività. Mentre i report del Polimi sottolineano come l'entusiasmo per i numeri record rischi di occultare i ritardi strutturali, quali ad esempio il rischio del ‘feticismo tecnologico’: molte aziende operano rilevanti investimenti introducendo software e licenze di IA generativa, ma mostrano ancora una ridotta capacità di ridisegnare i processi e l'organizzazione del lavoro in modo strategico per raccoglierne i frutti in termini di produttività complessiva.

Ansie e dubbi dei lavoratori non vanno sottovalutati e richiedono azioni specifiche

Perché ciò che già accade nelle imprese che la stanno applicando a livello più avanzato, è il refrain del webinar dello scorso giugno "L’AI nel mondo del lavoro, tra rischi e opportunità" degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico, è che l'Intelligenza Artificiale sta modificando processi, ruoli e modelli organizzativi. L'effetto più immediato osservato riguarda l'aumento della produttività e l'automazione di attività ripetitive o a basso valore aggiunto, mentre alle persone viene richiesto di concentrarsi maggiormente su attività decisionali, creative e relazionali. Da ciò si capisce come l’AI venga considerata una leva strategica per aumentare competitività e innovazione, a condizione che venga integrata in modo consapevole e governato. E se i relatori del webinar hanno attestato come l'adozione dell'AI generi crescenti dubbi, ansie e timori tra i dipendenti (possibile sostituzione di alcune mansioni, perdita di autonomia professionale, necessità di aggiornare rapidamente le proprie competenze, crescente controllo e monitoraggio delle performance, incertezza sull'evoluzione delle professioni) ciò che ne deriva è che si tratta di aspetti che non possono essere ignorati e richiedono una gestione organizzativa attenta, accompagnata da formazione e comunicazione.  

Un ulteriore motivo di apprensione per i lavoratori: la tutela della propria privacy

Timori e preoccupazioni che del resto sono confermati da un altro studio recente pubblicato dalla piattaforma Il CV Perfetto, basato su un sondaggio condotto su 1.000 lavoratori in Italia, Regno Unito, Germania, Francia e Spagna. L’indagine conferma che oltre la metà di essi utilizzano AI sul lavoro e che il 73% degli intervistati vi ricorre ormai abitualmente anche nella vita privata, soprattutto per pianificare viaggi, pur avendone constatato (58%) errori o contenuti inesatti. Ma soprattutto, ed è questa la principale inquietudine evidenziata dal report, il 65% degli intervistati esprime la preoccupazione che i propri dati personali carpiti durante l’utilizzo possano essere impiegati per addestrare l’intelligenza artificiale: un ulteriore elemento che evidenzia l’importanza di un quadro normativo come quello introdotto dall’Unione Europea e per primo recepito dal nostro Paese, così come la necessità di politiche aziendali che incrementino sia la sicurezza reale che quella avvertita dagli operatori.

Superare le paure: perché le persone possano collaborare con l’AI vanno sviluppate attitudini e competenze

E soprattutto assume centralità il reskilling e l’upskilling della forza lavoro, con lo sviluppo di attitudini e competenze che pongano le persone in condizione di utilizzare le applicazioni AI in modo efficace e responsabile. In vista di una dimensione futura, è la previsione scaturita dal webinar del tutto allineata al report di Eurostat, in cui lo scenario più probabile e comunque da perseguire non è una sostituzione massiva del lavoro umano, bensì una crescente collaborazione tra persone e sistemi intelligenti: i ruoli professionali tenderanno a evolvere piuttosto che scomparire completamente, con una diversa distribuzione delle attività tra esseri umani e tecnologie. Si spiega così il messaggio conclusivo, ancora una volta comune agli studi citati, secondo il quale l'AI rappresenta contemporaneamente una grande opportunità e una sfida organizzativa e sociale: i maggiori rischi non derivano dalla tecnologia in sé ma dalla mancata preparazione di aziende e lavoratori. Da ciò, va da sé che le organizzazioni che investiranno in competenze, governance e gestione del cambiamento avranno maggiori probabilità di trasformare l'AI in un fattore di crescita, anziché in una fonte di tensione e disuguaglianza. 

Coopservice e AI technologies, un connubio che si rinnova con lo Young Talent Program 2026

L’attenzione di Coopservice per l’integrazione e l’implementazione delle tecnologie AI coinvolge tutti i settori aziendali e trova un elemento di continua ricerca e sperimentazione nell’attività del team del Process Design & Innovation Department. Un connubio, quello tra l’azienda e le infinite possibili applicazioni dell’Intelligenza Generativa, che ha trovato formale riconoscimento nel conseguimento dell’attestazione ISO 56002 sulla gestione dell’innovazione e che ha portato alla presentazione del case history virtuoso di Coopservice in convegni organizzati da CNA Emilia Romagna, oltre che alla nascita di un luogo fisico, lo Smart Hub della sede di Reggio Emilia, specificamente destinato all’elaborazione di progettualità innovative fondate sulle nuove tecnologie. Un’attenzione strutturale, dunque, oltre che un pilastro delle attività onboarding e upskilling per i dipendenti più giovani. Per questo lo Young Talent Program di Coopservice, un progetto nato nel 2019 per accompagnare la crescita dei giovani profili ad alto potenziale già presenti in azienda, ha previsto per il 2026 oltre 50 ore di formazione dedicate, tra gli altri temi, all’intelligenza artificiale e all’innovazione: oltre all’apprendimento in aula, i partecipanti lavorano a proposte concrete per semplificare attività, ottimizzare i processi interni e rendere l’organizzazione più efficace, elaborando soluzioni innovative basate sull’AI.

Immagine: L’impatto dell’AI sulle aziende e la società: una rivoluzione ancora in mezzo al guado

L'Innovation Team di Coopservice al lavoro nello Smart Hub aziendale

In Coopservice linee di sviluppo ‘Inbound’ e ‘Outbound’ si intersecano e si alimentano a vicenda 

Al contempo la volontà di Coopservice di mantenere un profilo compiutamente ‘Open’ si manifesta però anche in direzione ‘Outbound’, con la partecipazione degli ingegneri dell’Innovation Team ai tavoli di lavoro coordinati dall’Università di Bologna e da Art-ER, la società consortile dell’Emilia-Romagna nata per favorire la crescita sostenibile della Regione attraverso lo sviluppo dell’innovazione e della conoscenza. Si tratta di incontri periodici in cui Coopservice è chiamata a portare la propria esperienza di sviluppo di know-how tecnologico sull’AI, contribuendo ad individuare direzioni di lavoro per nuovi progetti di ricerca aperti alle realtà accademiche e imprenditoriali.

L’Innovation Team costituisce di fatto anche una Academy aziendale 

L’approccio compiutamente improntato all’Open Innovation trova, inoltre, una rappresentazione fisica nel nuovo Smart Hub che Coopservice ha progettato e realizzato partendo da un’idea di spazio ideale per liberare la creatività di dipendenti e collaboratori, ma anche di luogo votato alla contaminazione di progettualità portate da contributi esterni, siano essi accademici o imprenditoriali. Al contempo, è interessante notare come l’Innovation Team di Coopservice costituisca uno snodo fondamentale per la trasmissione della cultura dell’innovazione all’interno dell’organizzazione: non pochi giovani talenti sono transitati da esperienze di tirocinio all’interno del Team a posizioni di responsabilità in diversi settori aziendali, portando con sè lo zainetto delle conoscenze e delle propensioni acquisite nell’esperienza iniziale. Una sorta di Academy di fatto, che rende possibile la formazione e la diffusione di Innovation Champion nei gangli vitali dell’operatività dell’impresa.

Il modello Coopservice conferma l’importanza della misurazione e della rendicontazione degli esiti

Rimane il fatto che, come argomentato dalla ricerca del Politecnico, un approccio maturo all’Open Innovation richiede una misurazione del suo impatto in termini di risultati. A tale scopo l’Innovation Manager produce periodicamente una rendicontazione delle attività condotte, con indicazione del numero di progetti attivati e contestuale indicazione di quelli coronati da successo ma anche di quelli abbandonati (importanti per determinare quella consapevolezza della possibilità di errore che l’Osservatorio di Polimi giudica essenziale per diffondere la cultura dell’innovazione). Si può così verificare che nel solo 2025 Coopservice ha attivato 155 progetti di cui circa l’80% terminato e il 14% soppresso o rimodulato perché a rischio di finire su un binario morto: una conferma dell’importanza di un approccio strutturato che consente di riorientare continuamente le attività di ricerca sulla base dei risultati raggiunti e della determinazione degli obiettivi aziendali.

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