11.05.2026
Ideas
Quella via ‘Open’ all’innovazione che attrae sempre di più le aziende italiane
Una ricerca del Politecnico di Milano ne traccia le caratteristiche e la diffusione. L’esempio dell’Innovation Team di Coopservice, citato nel Libro Bianco dell’Innovation Management

Dal portale Osservatori.net di Polimi un guida introduttiva all’Open Innovation 

Anche se ancora stentano a tradurlo in modalità strutturate e sistemiche le maggiori aziende italiane comprendono l’importanza di investire massicciamente nell’innovazione, in particolare quella ‘aperta’ ai contributi esterni, tanto che l’86% di esse l’ha sperimentata e 4 grandi imprese su 10 si sono dotate di una ‘Direzione Innovazione’. È questa la tesi di fondo di una ricerca pubblicata sul portale Osservatori.net, hub degli Osservatori sulla Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano, che si pone anche come guida introduttiva alla dimensione dell’Open Innovation. La premessa è una considerazione ormai riconducibile al senso comune: in un contesto generale caratterizzato dall'incessante mutamento tecnologico l’innovazione rappresenta un obbligo esistenziale per rimanere competitivi.  

Che cosa si intende per Open Innovation 

Ma quale innovazione? Secondo gli Osservatori Startup Thinking e Digital Transformation Academy del Politecnico, per innovarsi realmente e far fronte alle difficoltà oggi le imprese devono affidarsi ad un modello di innovazione che non sia solo imperniato sulle risorse e le conoscenze interne ma anche, e soprattutto, sulla contaminazione con strumenti e competenze provenienti dall’esterno: università, istituti di ricerca, startup, fino ad arrivare alle collaborazioni con altre aziende, concorrenti e no. Proprio la possibilità di accedere a competenze esterne costituisce la chiave di volta dell’Open Innovation, un approccio che può condurre a vantaggi reali in termini di nuove opportunità di business e di sviluppo, adozione di tecnologie avanzate e, last but not least, riduzione degli stessi costi di ricerca e sviluppo.

I 2 modelli dell’innovazione ‘Open’: Inbound e Outbound 

C’è poi, almeno in linea teorica, un’altra faccia della medaglia dell’Open Innovation, in alcune realtà, non meno importante di quella principale. Si tratta della dimensione ‘in uscita’: l’approccio ‘aperto’, infatti, può consentire di valorizzare al meglio le innovazioni prodotte internamente portandole sul mercato dell’innovazione. Ciò si materializza, ad esempio, attraverso la cessione di licenze tecnologiche ad altre aziende, piuttosto che con la costituzione di spin-off indipendenti, fino alla creazione di joint-venture con partner di business. È questo il modello ‘Outbound’ dell’Open Innovation, con il quale si esternalizzano stimoli interni per intraprendere azioni di innovazione all’esterno dell’impresa. 

Le 3 condizioni necessarie dell’Open Innovation 

Nel nostro Paese l’Outbound è meno diffuso rispetto all’impostazione mainstream dell’innovazione aperta, definita ‘Inbound’ che, come detto, consente di assorbire le competenze esterne all’azienda, con un rischio minore in termini di risorse. Così, ad esempio, nell’ambito di un approccio tipicamente Inbound, l’Osservatorio Startup Thinking ha rilevato che il 63% delle grandi aziende italiane collabora con startup e che un ulteriore 13% ha in programma di farlo. Ci sono però tre precondizioni che la ricerca dell’Osservatorio suggerisce come necessarie per sviluppare con successo un percorso ‘open’ nelle imprese: diffondere tra i dipendenti un orientamento all’innovazione e all’imprenditorialità (Corporate Entrepreneurship), sviluppare all’interno una cultura del fallimento, inserire nell’organigramma figure professionali specializzate chiamate a presidiare le politiche di innovazione. Vediamo in particolare queste ultime due condizioni. 

Nelle attività di ricerca é fondamentale la consapevolezza della possibilità di errore 

La cultura del fallimento si riferisce alla presa di coscienza che nella ricerca dell’innovazione i margini di errore sono inevitabilmente presenti: l’esito negativo di alcuni progetti non deve essere ricondotto a negligenza o incompetenza, ma, piuttosto, a quella ‘possibilità di sbagliare’ che rientra nelle regole del gioco quando si sperimentano nuovi prodotti, servizi o processi all’interno dell’organizzazione. Anche perché nella fase di sviluppo di nuove idee si è per definizione impossibilitati, trattandosi appunto di elementi ‘nuovi’, a confrontarsi con uno ‘storico’ di riferimento. Per contro, la diffusione di una cultura dell’errore ben gestita, fondata cioè sull’accettazione dell’insuccesso, permette di ottimizzare tempi e costi in quanto evita di perseverare in progetti senza sbocco e consente di apprendere dagli sbagli rimodulando i progetti nella giusta direzione.

Una efficace gestione dell’innovazione richiede professionisti specializzati 

Nello stesso tempo va preso atto che l’Open Innovation rappresenta un processo complesso che necessita di specifiche figure professionali specializzate. La guida del Politecnico ne individua tre: Innovation Manager, Open Innovation Manager, Innovation Champion, con focus principale sulla prima. L’Innovation Manager ha caratteristiche e competenze che sono state definite con il decreto ministeriale del 2019 che ha concesso un voucher per la sua introduzione - allo scopo di sostenere la trasformazione tecnologica e digitale delle PMI e delle reti d’impresa - ed è attualmente presente in più della metà delle grandi aziende italiane.

L’importanza di un approccio strutturato all’Open Innovation

Basandosi sugli obiettivi strategici aziendali, il Manager dell’Innovazione ha il compito di individuare le opportunità di ricerca e sviluppo, così come le collaborazioni necessarie per il buon esito dei progetti e la diffusione di una cultura dell’innovazione all’interno dell’impresa. Se la sua diffusione testimonia pertanto l’interesse per l’Open Innovation lo stesso non si può dire, secondo l’indagine degli Osservatori di Polimi, per il livello di compiuta maturità di questa adesione: solo nel 17% dei casi le aziende che adottano l’innovazione ‘aperta’ ne misurano i concreti impatti in termini di risultati. Da qui la necessità - è la conclusione della ricerca - di adottare un approccio più sistemico e strutturato così da rendere l’Open Innovation una componente davvero centrale nelle strategie di crescita delle imprese italiane. 

L’esempio di Coopservice, azienda certificata per la qualità della gestione dell’innovazione 

E Coopservice? Qual è l’approccio di un’azienda che nell’edizione 2024 del Libro Bianco dell’Innovation Management è stata citata quale case history di successo e che ha conseguito la certificazione ISO 56002 sulla gestione dell’innovazione? L’impostazione seguita da Coopservice è innanzitutto dettata da una precisa scelta organizzativa con la creazione di una struttura dedicata dotata delle necessarie competenze. Secondo il Libro Bianco tale caratteristica di presidio professionale strutturato “non è tipicamente presente nella maggior parte degli uffici innovazione”, ed è invece ciò che si ritrova nel caso di Coopservice in cui “sono presenti uffici specifici che, con persone dedicate e competenza, guidano l’innovazione aziendale sia in termini di sviluppo di iniziative che di attività di gestione”. 

Il modello compiutamente ‘Open’ dell’Innovation Team di Coopservice 

Il Team Innovazione di Coopservice, composto da 10 risorse specializzate e suddiviso in tre linee di presidio - Research&Development, ESG, BIM Competence Center -, è presieduto da un Innovation Manager e ha un’impronta marcatamente ‘open’ e ‘green’ (anche in senso anagrafico, età media 30 anni). Seguendo un’ottica prevalentemente ‘Inbound’ ha sottoscritto contratti di collaborazione con diversi Dipartimenti dell’Università di Modena e Reggio Emilia per lo sviluppo di ricerche che vengono poi esaminate e validate in pubblicazioni scientifiche. Si tratta in buona parte di progetti che attengono l’implementazione di algoritmi di intelligenza artificiale (di cui Coopservice detiene la proprietà intellettuale) che determinano la disponibilità di applicativi di AI che consentono un salto di qualità nei processi gestionali aziendali, nella predisposizione delle offerte tecniche e nelle modalità di erogazione dei servizi.

Immagine: Quella via ‘Open’ all’innovazione che attrae sempre di più le aziende italiane

L'Innovation Team di Coopservice al lavoro nello Smart Hub aziendale

In Coopservice linee di sviluppo ‘Inbound’ e ‘Outbound’ si intersecano e si alimentano a vicenda 

Al contempo la volontà di Coopservice di mantenere un profilo compiutamente ‘Open’ si manifesta però anche in direzione ‘Outbound’, con la partecipazione degli ingegneri dell’Innovation Team ai tavoli di lavoro coordinati dall’Università di Bologna e da Art-ER, la società consortile dell’Emilia-Romagna nata per favorire la crescita sostenibile della Regione attraverso lo sviluppo dell’innovazione e della conoscenza. Si tratta di incontri periodici in cui Coopservice è chiamata a portare la propria esperienza di sviluppo di know-how tecnologico sull’AI, contribuendo ad individuare direzioni di lavoro per nuovi progetti di ricerca aperti alle realtà accademiche e imprenditoriali.

L’Innovation Team costituisce di fatto anche una Academy aziendale 

L’approccio compiutamente improntato all’Open Innovation trova, inoltre, una rappresentazione fisica nel nuovo Smart Hub che Coopservice ha progettato e realizzato partendo da un’idea di spazio ideale per liberare la creatività di dipendenti e collaboratori, ma anche di luogo votato alla contaminazione di progettualità portate da contributi esterni, siano essi accademici o imprenditoriali. Al contempo, è interessante notare come l’Innovation Team di Coopservice costituisca uno snodo fondamentale per la trasmissione della cultura dell’innovazione all’interno dell’organizzazione: non pochi giovani talenti sono transitati da esperienze di tirocinio all’interno del Team a posizioni di responsabilità in diversi settori aziendali, portando con sè lo zainetto delle conoscenze e delle propensioni acquisite nell’esperienza iniziale. Una sorta di Academy di fatto, che rende possibile la formazione e la diffusione di Innovation Champion nei gangli vitali dell’operatività dell’impresa.

Il modello Coopservice conferma l’importanza della misurazione e della rendicontazione degli esiti

Rimane il fatto che, come argomentato dalla ricerca del Politecnico, un approccio maturo all’Open Innovation richiede una misurazione del suo impatto in termini di risultati. A tale scopo l’Innovation Manager produce periodicamente una rendicontazione delle attività condotte, con indicazione del numero di progetti attivati e contestuale indicazione di quelli coronati da successo ma anche di quelli abbandonati (importanti per determinare quella consapevolezza della possibilità di errore che l’Osservatorio di Polimi giudica essenziale per diffondere la cultura dell’innovazione). Si può così verificare che nel solo 2025 Coopservice ha attivato 155 progetti di cui circa l’80% terminato e il 14% soppresso o rimodulato perché a rischio di finire su un binario morto: una conferma dell’importanza di un approccio strutturato che consente di riorientare continuamente le attività di ricerca sulla base dei risultati raggiunti e della determinazione degli obiettivi aziendali.

Asset Publisher

Coopservice ottiene la certificazione UNI 13549 per la qualità dei servizi di pulizie sanitarie
Ideas
19.02.2026
Coopservice ottiene la certificazione UNI 13549 per la qualità dei servizi di pulizie sanitarie
Si tratta dello standard internazionale di riferimento per la misurazione e la verifica delle prestazioni dei servizi professionali di cleaning
Dopo la conformità ISO 14067 per la sostenibilità del ciclo di vita del cleaning ospedaliero, un nuovo riconoscimento documenta il grado di eccellenza delle pulizie professionali in ambito sanitario targate Coopservice: la certificazione UNI EN 13549:2003 per la valutazione oggettiva e strutturata della qualità delle attività di pulizia e sanificazione. Un requisito premiante sempre più richiesto nei contratti pubblici e nel facility management che si traduce nella garanzia di livelli di performance e qualità ottimali, oltre che in una migliore gestione e trasparenza dei contratti e delle verifiche grazie alla validazione fornita da un ente terzo. Per questo la certificazione 13549 rappresenta un driver strategico importante, consentendo di differenziarsi rispetto alla concorrenza e di accrescere continuamente il grado di soddisfazione da parte della committenza.
Le nuove condizioni che obbligano le aziende ad alzare l’asticella della sostenibilità
Ideas
03.02.2026
Le nuove condizioni che obbligano le aziende ad alzare l’asticella della sostenibilità
L’ultimo numero della newsletter ‘Pratica’ di Life Gate individua 7 trend strategici per le politiche ESG delle imprese nel 2026
Pur in una fase storica in cui il mondo è attraversato da gravi tensioni geopolitiche e in cui il Paese guida dell’occidente sembra arretrare su tutti i fronti dell’impegno ecologico, il percorso verso un nuovo modello di sviluppo incentrato sulla sostenibilità, nonostante tutto, procede. Se infatti non ci si ferma alla superficie o alla contingenza degli accadimenti e si analizzano i dati risultanti da indagini su scala globale comprendiamo che siamo, questo sì, nel pieno di un enorme cambiamento la cui portata è tale da obbligarci a cercare gli strumenti per governarlo, anziché subirlo. Pena, l’inevitabile perdita di competitività di chi non si adatta alle nuove condizioni. Per capirne di più ci viene in aiuto l’ultimo numero della newsletter ‘Pratica’ della società di consulenza Life Gate, il quale individua 7 orientamenti strategici della sostenibilità per il 2026 in grado di delineare alcuni punti di riferimento per le decisioni e la programmazione delle aziende.
Il case history di Coopservice quale esempio di applicazione dell’AI generativa per le imprese
Ideas
14.11.2025
Il case history di Coopservice quale esempio di applicazione dell’AI generativa per le imprese
L’esperienza portata in un convegno organizzato da CNA Hub 4.0 e CNA Industria sulle ricadute operative dell’intelligenza artificiale nelle aziende.
1. L’intelligenza artificiale non è solo futuro, è già presente. 2. Non va pensata come fantascienza, perché altro non è che complessa elaborazione statistica di combinazioni di dati. 3. Non va considerata un fine in sé ma come uno strumento, un potentissimo strumento per agevolare il lavoro ed aumentare la produttività. Sono i 3 concetti chiave che hanno fatto da prologo alla relazione tenuta dall’Innovation Manager di Coopservice, Giorgio Zucchi, alla presentazione del progetto di CNA Hub 4.0 e CNA Industria ‘AI generativa per le imprese: strumenti pratici per semplificare il lavoro quotidiano’ avviato lo scorso ottobre nell’ambito del percorso ‘Road’ con il sostegno della Regione Emilia-Romagna e in collaborazione con l’Università di Modena e Reggio Emilia. Nell’esperienza di Coopservice le applicazioni aziendali dell’AI generativa sono già molteplici e il loro positivo impatto induce a progettarne l’integrazione progressiva in tutte le funzioni aziendali.