I dati oltre le apparenze: la transizione ecologica, nonostante tutto, procede veloce
Nel momento in cui il mondo è attraversato da gravi tensioni geopolitiche e in cui il Paese guida dell’occidente sembra arretrare su tutti i fronti dell’impegno ecologico, si può essere portati a pensare che sia in atto una poderosa marcia indietro nella battaglia planetaria per la sostenibilità. Le cose non stanno esattamente così. Se non ci si ferma alla superficie o alla contingenza degli accadimenti (la transizione energetica è una questione che va ben oltre il tempo limitato di un mandato presidenziale) e si analizzano i dati risultanti da indagini su scala globale comprendiamo che siamo, questo sì, nel pieno di un enorme cambiamento la cui portata è tale da obbligarci a cercare gli strumenti per governarlo, anziché subirlo. Pena, l’inevitabile perdita di competitività di chi non si adatta alle nuove condizioni.
7 trend per orientarsi in un contesto in vorticoso mutamento
Per capirne di più ci viene in aiuto l’ultimo numero della newsletter ‘Pratica’ della società di consulenza Life Gate, il quale individua 7 orientamenti strategici della sostenibilità per il 2026 in grado di delineare alcuni punti di riferimento per le decisioni e la programmazione delle aziende. Il punto di partenza, come detto, è la consapevolezza della complessità del tempo che viviamo. Tutto è in movimento. Prima di tutto la tecnologia, ovviamente, con l’irruzione progressiva dell’AI nei processi organizzativi. Ma sono in moto anche le regole, con il nuovo quadro europeo determinato dall’entrata in vigore della Direttiva Corporate Sustainability Reporting (CSRD) e dall’allargamento dei combustibili ammessi per la mobilità sostenibile. Conseguentemente, evolvono anche le aspettative sulle politiche aziendali ESG chiamate ad individuare e attestare risultati concreti e misurabili, distinguendoli dagli impegni generici o dai meri adempimenti formali.
1. La transizione energetica come necessità
Tutto si muove, dunque. E in un modo così veloce e repentino da costringere le organizzazioni a rivedere priorità, linguaggi, strumenti, dotandosi della necessaria capacità di lettura del contesto per poi tradurla in orientamenti strategici coerenti. A partire, prima di tutto, dalla consapevolezza che la transizione energetica verso le rinnovabili non è un’opzione ma una necessità determinata da dinamiche economiche e tecnologiche più che da scelte politiche. Cambiamo il punto di approccio, allora. Partiamo dalla realtà, sotto gli occhi di tutti, dell’impatto sull’economia dell’innovazione tecnologica, con la crescente digitalizzazione e l’irruzione pervasiva dell’intelligenza artificiale nei processi decisionali, organizzativi e produttivi. Una novità epocale, ma che richiede di essere alimentata da volumi enormi del ‘carburante’ necessario a ciò che la rende fisicamente possibile: i server e i data-center. È il tema dell’energia elettrica ‘sufficiente’, e soprattutto’ conveniente’.
Le rinnovabili sono la risposta globale ai bisogni energivori dell’AI
Viene stimato, infatti, che la domanda elettrica globale indotta dai data-center registrerà un +17% nel 2026 e un +14% annuo fino al 2030 (fonte S&P Global Energy, ripreso dalla newsletter ‘Pratica’) raggiungendo una dimensione potenziale di oltre 2.200 TWh , corrispondente grosso modo al consumo di elettricità totale dell’India. Serve cioè nuova capacità energetica per tenere il passo dell’innovazione tecnologica e, in questa direzione, le fonti rinnovabili rappresentano la soluzione più fattibile e vantaggiosa. I dati raccolti su scala globale lo confermano. Secondo il think tank Ember, sempre citato dalla newsletter ‘Pratica’, nei primi 3 trimestri del 2025 solare ed eolico sono cresciuti così rapidamente da coprire per intero (e ce ne avanza) la nuova domanda di energia elettrica a livello planetario. Insieme hanno fornito il 17,6% dell’elettricità globale, portando al 43% la quota totale delle fonti a bassa emissione.
2. Il salto di qualità che attende la rendicontazione ESG
Ma se l’ineluttabilità della transizione energetica per ragioni economico-tecnologiche è la tendenza più visibile ‘in superficie’, questa è accompagnata da orientamenti che attengono più specificamente i molteplici aspetti del rapporto tra aziende e politiche di sostenibilità. A cominciare dalla necessità di adeguare il linguaggio e i contenuti dei report, adattandoli al nuovo contesto e andando definitivamente oltre gli approcci oscillanti tra i poli deleteri del ‘greenwashing’ e del ‘greenhushing’, transitando dagli slogan e dalle vaghe dichiarazioni di principio. Per contro, il nuovo scenario implica un approccio sempre più analitico, focalizzato su dati, processi verificabili e risultati misurabili, in coerenza con l’evoluzione del quadro regolatorio europeo che – con la piena attuazione della CSRD e l’introduzione di sistemi armonizzati per le PMI – richiede maggiore rigore, riducendo lo spazio per le narrazioni generiche.
3. Solo dati trasparenti e affidabili posso essere tradotti in insight strategici
Perché l'altra faccia della medaglia della necessità di una fase più matura delle politiche ESG è appunto costituita dall’affidabilità e dalla comparabilità dei dati forniti. Ciò che viene richiesto è trasparenza e qualità nelle rendicontazioni, con risultati chiari, coerenti e finanziariamente rilevanti. In questa direzione giunge in aiuto l’intelligenza artificiale la quale, non solo consente di elaborare grandi quantità di dati in tempi molto rapidi ma, soprattutto, fornisce un supporto all’interpretazione dei numeri raccolti in vista della loro trasformazione in insight utili per valutare compiutamente rischi, performance e prospettive delle aziende. Ciò si riflette anche nell’esigenza di armonizzare le metriche ESG, soprattutto in riferimento alle emissioni di gas serra: ancora troppo spesso le incoerenze tra diversi metodi di calcolo finiscono per rendere difficoltosa la verificabilità e la comparabilità dei risultati alimentando, tra l’altro, la diffidenza verso le rendicontazioni ESG.
4. Il grande facilitatore non sostituisce l’intelligenza umana: l’impatto dell’AI nei report di sostenibilità
L’importanza delle opportunità connesse all’avvento dell’AI, entrata definitivamente (in modo più o meno consapevole) a far parte della quotidianità delle organizzazioni, impatta così anche l’ambito delle reportistiche di sostenibilità fornendo strumenti di analisi che consentono di ‘matchare’ fonti eterogenee e grandi volumi di rilevazioni, ricavandone correlazioni e identificandone incoerenze. Il tutto con significativa riduzione di tempi e costi, alleggerendo il carico di lavoro dei team. Alleggerire, però, non vuol dire sostituire: l’avvento dell’AI rende ancora più decisivo il lavoro dei professionisti chiamati a verificare i risultati e, soprattutto, a decodificarli e contestualizzarli. Se la raccolta dei dati diventa una commodity, a fare la differenza è la capacità di interpretarli. Da qui la necessità, per le organizzazioni, di associare l’AI a solidi controlli interni, attribuendo responsabilità chiare sui contenuti prodotti.
5. L’importanza delle strategie di adattamento contro i rischi e i danni del climat change
Nella grande quantità di informazioni raccolte dalle aziende che perseguono la sostenibilità figurano anche quelle relative ai rischi fisici dovuti agli effetti del cambiamento climatico. Non solo distruzione e danneggiamento di strutture ma anche più semplicemente interruzioni operative (es. blackout elettrici come quelli verificatisi in Spagna e Portogallo) o anche impatti quotidiani, non necessariamente figli di eventi meteo estremi, quale l’incremento dei consumi di energia per il raffrescamento degli edifici. Non si tratta di aspetti di poco conto: secondo stime di S&P Global Sustainable, riportate dalla newsletter ‘Pratica’, a causa dei cambiamenti climatici da qui al 2050 le maggiori aziende globali potrebbero subire perdite per 1.200 miliardi di dollari all’anno. Si capisce allora l’esigenza di misurare in modo puntuale e preciso tali rischi così da definirne le strategie di gestione. A partire dall’adattamento (climate change adaptation), una dimensione che è stata a lungo sottovalutata e che costituisce invece la linea di azione fondamentale dei piani strutturali di resilienza, finalizzati a tutelare la redditività delle imprese nel medio-lungo termine.
6. L’Europa ora considera anche i biocarburanti compatibili con la decarbonizzazione
Un altro importante elemento che ha recentemente modificato il contesto generale in cui collocare le politiche ESG delle aziende è il radicale cambio di approccio delle istituzioni europee nei confronti dei combustibili per la mobilità, con l’apertura ai biocarburanti e la parziale marcia indietro sul completo stop alle auto a benzina e diesel dal 2035. Se precedentemente la Commissione aveva puntato pressoché esclusivamente sull’elettrificazione lasciando uno spiraglio solo per i carburanti sintetici (e-fuels) ora il campo si è allargato anche ai combustibili prodotti a partire da biomasse. Sul sito della Commissione europea essi vengono infatti presentati come “un’alternativa rinnovabile ai combustibili fossili nel settore dei trasporti, aiutando a ridurre le emissioni di CO2 e a migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento energetico dell’Ue”. Una formulazione che fa capire come i biocarburanti vengano ora considerati parte integrante delle strategie di decarbonizzazione e di garanzia della sicurezza energetica.
7. Ma è la natura nel suo complesso il primo asset strategico della nuova economia sostenibile
Tuttavia, non bisogna pensare che la dimensione ambientale delle politiche aziendali si esaurisca nella progressiva riduzione delle emissioni di gas serra: la newsletter di Life Gate sottolinea come – secondo le stime del World Economic Forum – circa la metà del prodotto interno lordo globale dipenda dalle relazioni reciproche tra imprese e natura, la cui preservazione entra quindi a pieno titolo nelle strategie di resilienza nel lungo termine. Questo perché la natura è l’unica a offrire risorse tangibili (come cibo, acqua, legname e fibre tessili) e servizi ecosistemici (come impollinazione, regolazione del clima e prevenzione delle inondazioni) essenziali per qualsiasi attività umana. Ecco allora – è la conclusione di ‘Pratica’ – che dato il valore insostituibile della tutela ambientale, proprio i momenti in cui la spinta politica è più debole e incerta sono quelli in cui le imprese, per il loro stesso interesse, devono attivarsi e agire con sempre maggiore chiarezza e coerenza in direzione della piena sostenibilità.